L'immagine che resta quando tutte le altre scorrono

Facciamo più fotografie di quante ne guarderemo mai. Il telefono in tasca contiene un archivio personale che nessuna generazione prima della nostra ha avuto: migliaia di immagini, quasi tutte destinate a restare dove sono. Proprio in mezzo a questa abbondanza il ritratto continua a occupare un posto separato. Si commissiona, si aspetta, si sceglie, si appende. Vale la pena chiedersi perché.
Fino a pochi decenni fa una fotografia costava: costava la pellicola, lo sviluppo, la stampa, e prima ancora costava la decisione di scattarla. Quel costo faceva una selezione automatica. Si fotografava ciò che meritava di essere fotografato, e il risultato finiva in un album, in una cornice, in una scatola nell'armadio.
Oggi il costo è sparito, e con lui la selezione. Fotografiamo il pranzo, la ricevuta del parcheggio, lo schermo di una riunione. Sono immagini utili, spesso perfette per il loro scopo, e progettate per durare qualche giorno. La conseguenza è curiosa: abbiamo moltissime fotografie di noi stessi e pochissimi ritratti.
La differenza sta nell'intenzione. Un ritratto nasce da qualcuno che ha deciso di guardare una persona, e da quella persona che ha accettato di essere guardata. È un accordo tra due parti, e richiede la sola cosa che manca alle immagini abbondanti: del tempo.
In una sessione il tempo serve a smontare la faccia da fotografia — quella che tutti abbiamo imparato a fare, e che assomiglia più a una difesa che a un volto. Serve a parlare, a distrarsi, a dimenticare l'obiettivo. Quello che resta dopo, quando la posa si è sciolta, è la materia del ritratto.
Una fotografia registra un volto. Un ritratto registra un'attenzione.
È anche il motivo per cui i ritratti invecchiano meglio degli scatti spontanei. Un'istantanea racconta una giornata; un ritratto racconta una persona in un momento della sua vita. La prima si consuma in fretta, il secondo continua a restituire qualcosa a distanza di anni.
C'è un ultimo passaggio che separa una buona fotografia da un ritratto compiuto: diventare un oggetto. Una stampa su carta di cotone, un passepartout, un vetro, una cornice appesa a un'altezza precisa in una stanza precisa. Da quel momento l'immagine smette di essere un file tra i file ed entra nella vita quotidiana di chi la possiede.

È una differenza che si misura nel gesto: un file si apre quando lo si cerca, una stampa si incontra. Chi ha un ritratto in corridoio ci passa davanti ogni giorno per anni, e quel volto entra nel paesaggio domestico come entrano i mobili, le finestre, la luce del mattino.
Il ritratto sopravvive perché risponde a qualcosa che la quantità lascia scoperto. Fra tutte le immagini che ci riguardano, quasi nessuna ci dice come ci ha visti qualcuno che ci stava davvero guardando. Il ritratto esiste per quello — e per il momento, molto più avanti, in cui qualcun altro guarderà quella stampa e riconoscerà una persona che ha conosciuto.
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