Una questione di gusto, molto più che di tecnica

Si dà per scontata una spiegazione: i tempi di posa. Minuti immobili davanti all'obiettivo, il volto teso a tenere ferma ogni espressione — un sorriso, in quelle condizioni, si sarebbe sciolto in una smorfia prima ancora di essere fissato sulla lastra.
È vero, nei primissimi anni. Ma già dal 1850 un dagherrotipo si scattava in pochi secondi. E per altri cinquant'anni, nei ritratti, i volti restarono seri comunque.
La ragione vera riguarda il gusto dell'epoca, più che la tecnica. Il ritratto fotografico ereditava le regole della ritrattistica pittorica, dove per secoli ci si era posati con espressioni composte e solenni: un sorriso apparteneva alle scene popolari, ai dipinti comici — mai a un'immagine pensata per restare nel tempo.
Un'espressione seria si conserva: resta credibile anche vent'anni dopo.
Farsi fotografare, nell'Ottocento, capitava di rado — a volte una sola volta nella vita. Quell'immagine avrebbe dovuto rappresentare una persona per gli anni a venire, non per un istante. E il sorriso è esattamente questo: un istante che dura un secondo e già cambia forma.
Era, in fondo, un atto di rispetto: per il proprio volto, e per l'idea che quel volto dovesse durare intatto nel tempo, riconoscibile a chi lo avrebbe guardato molto dopo.
Oggi un sorriso costa un clic, e lo regaliamo a ogni scatto. Per questo, quando qualcuno arriva in galleria per un ritratto pensato, la prima cosa che gli chiediamo è di stare, per qualche minuto, fermo con se stesso. L'espressione giusta — quella vera — arriva sempre da sé.
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