Scattare molto per tenere una sola immagine

Chi entra in galleria per la prima volta immagina spesso un'ora di scatti continui. Nella pratica succede quasi il contrario: la macchina fotografica lavora a intermittenza, e la parte più lunga della sessione è quella in cui non serve a niente.
Quasi tutti arrivano con una faccia pronta. È una difesa ragionevole, costruita in anni di fotografie subite: il mento leggermente in avanti, il sorriso già impostato, le spalle in tensione. Fotografare quella faccia è facilissimo e produce esattamente il ritratto che la persona voleva evitare.
Per questo si comincia parlando. Si guarda insieme qualche immagine, si sistema la luce, si sbaglia qualche scatto apposta. A un certo punto — è un momento riconoscibile — l'attenzione si sposta dalla macchina alla conversazione, e la faccia si scarica. Il ritratto comincia lì.
Fotografare la posa è facilissimo, e produce esattamente il ritratto che la persona voleva evitare.
L'idea che un buon fotografo faccia pochi scatti è una leggenda comoda. I provini a contatto dei maestri del Novecento raccontano un'altra storia: la stessa scena ripresa dieci, venti volte, con micro-variazioni di posizione e di attesa, e un segno di matita intorno all'unico fotogramma tenuto.
Il punto non è la quantità, è a che cosa serve. Si scatta molto perché l'espressione giusta dura una frazione di secondo e non si può prevedere: si può solo restare pronti abbastanza a lungo perché accada. Il mestiere sta nel riconoscerla dopo, tra centinaia di immagini quasi identiche.
Alla fine della sessione si guardano le immagini con la persona ritratta, ed è un passaggio che sorprende quasi sempre. Le fotografie che noi indichiamo e quelle che sceglie lei coincidono raramente al primo giro: chi si vede tende a fermarsi su un dettaglio — un capello, una piega — mentre chi guarda da fuori vede un'espressione intera.
Il ritratto finale nasce da quel confronto. Serve il tempo di discutere, tornare indietro, mettere due immagini vicine e capire quale delle due la persona sarà contenta di avere in casa fra dieci anni. È la parte del lavoro che si vede di meno, e quella che decide il risultato.
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